Un incontro per il corallo rosso del Mediterraneo


A preservare questa specie tipicamente mediterranea sono state leggi internazionali e nazionali e anche la rete delle aree marine protette.

In Italia, sono tre le "regine del corallo", i parchi blu dove si sviluppano maggiormente le colonie di questo animale primitivo.

Si tratta di Capo Caccia in Sardegna, l'Arcipelago Toscano e Portofino in Liguria.

"Occorre però alzare il livello di sorveglianza sul futuro dei coralli nel nostro mare", chiedono i ricercatori e gli esperti riuniti nel meeting organizzato dall'UNEP/MAP, il Programma Ambiente Mediterraneo delle Nazioni Unite, che si conclude oggi a Tabarka, sulla costa tunisina.

Conservare il prezioso corallo rosso del Mediterraneo e il suo specifico habitat. La situazione, per quello che è stato definito l'"oro del Mediterraneo" è quella di una popolazione soggetta a un forte prelievo, ancora consistente, ma per cui devono essere prese al più presto adeguate misure di gestione.

A rappresentare una minaccia sono in primo luogo la pesca clandestina, esercitata con strumenti distruttivi come la croce di S. Andrea (una sorta di croce di legno e più recentemente di acciaio che "ara" i fondali) o direttamente dai sub, ma anche l'inquinamento e il cambiamento climatico che innalza la temperatura delle acque marine.

Le popolazioni maggiormente conosciute e sfruttate di corallo si trovano lungo le coste, hanno spiegato gli esperti di tutti i paesi del Mediterraneo: "La specie non rientra nella lista rossa della conservazione", spiega il direttore del Centro per la biodiversità  dell'Unep/Map a Tunisi, Abdel Rahmen Gannoun.

"Ma il suo alto valore economico o anche semplicemente il fascino che esercita sui sub amatoriali hanno provocato una situazione di supersfruttamento nei fondali più bassi, fino a provocarne la totale scomparsa in alcune zone", come ad esempio nella stessa area di Tabarka e lungo le adiacenti coste algerine.

In questo momento paradossalmente sono soprattutto le aree marine protette a essere entrate nel mirino dei ladri di corallo, visto che al di fuori delle zone tutelate la pesca illegale è molto più difficile perchè il corallo si trova ormai solo nella fascia 80-150 metri. Una profondità difficilmente raggiungibile per un sub dilettante.

Gli alti fondali sono minacciati dal prelievo illegale come dalla pesca a strascico sottocosta (anch'essa regolamentata e proibita in molti paesi mediterranei tra cui l'Italia), ma - come hanno rilevato i ricercatori durante l'incontro di Tabarka - anche il turismo "di rapina" rappresenta un problema.

Capita spesso che delle piccole croci di S.Andrea vengano trovate e sequestrate a bordo di imbarcazioni da diporto, mentre gli ancoraggi possono involontariamente danneggiare le colonie di corallo, che crescono a ritmi lentissimi: per raggiungere un centimetro di diametro un ramo impiega 40-50 anni, 20 anni in media, comunque, per crescere in altezza di 4 centimetri.

In Italia la pesca al corallo necessita di autorizzazione sia per la persona, sia per il banco specifico da dove s'intende effettuare il prelievo. A livello Mediterraneo, proprio come per il tonno rosso, esistono infatti delle quote globali di prelievo che devono essere rispettate dai singoli Paesi.

Ormai, la maggior parte della pesca professionale è esercitata con scafandro autonomo, in profondità. Un prelievo sicuramente più selettivo ma non immune da rischi, visto che un sub può arrivare a raccogliere ben 5 tonnellate di corallo l'anno in 200 immersioni.

Ma a preoccupare gli esperti del Mediterraneo è anche il cambiamento climatico. Esattamente come succede per la barriera tropicale, le colonie di corallo rosso sono molto sensibili alle anomalie termiche.

"Episodi puntuali come le ondate di caldo delle estati 1999 e 2003 hanno provocato danni piuttosto consistenti", racconta Leonardo Tunesi, esperto dell'Icram (Istituto di ricerca applicata al mare), intervenendo al meeting organizzato dall'UNEP/MAP.

"In alcune località , come Portofino ad esempio, la temperatura delle acque ha infatti raggiunto in quegli anni i 24 gradi centigradi fino a 20 metri di profondità . Una situazione anomala che si è protratta per più di 20 giorni, provocando uno stress da calore che si è rivelato letale per molte colonie di gorgonie e corallo rosso".

Più difficile spiegare come l'inquinamento marino agisca sulle colonie di corallo rosso: di sicuro - hanno detto nella due giorni di Tabarka gli esperti del Mediterraneo - la sabbia in sospensione nelle acque marine, spesso a seguito di lavori come i dragaggi, i ripascimenti, la posa di cavi sottomarini o le trivellazioni, sembra avere dei pesanti effetti nocivi sul corallo, soffocandolo letteralmente.

Lo sfruttamento della specie, secondo l'UNEP/MAP, deve essere "sorvegliato anche per limitare la raccolta delle colonie più giovani che alimentano il commercio di corallo rosso di qualità  inferiore, la polvere di corallo tenuta insieme da resine".

Per ricostituire gli stock di corallo nelle zone dove rischia di sparire e per colonizzare delle zone favorevoli all'impianto delle colonie, i paesi mediterranei chiedono la creazione di riserve sommerse, anche in alto mare, e l'avvio della coltura del corallo.

"In Francia esistono riserve naturali marine istituite 40 anni fa, come Port Cros, dove i risultati della tutela sono molto più tangibili e osservabili", spiega Tunesi.

"Le colonie qui hanno raggiunto dimensioni importanti a Port Cros, cosଠcome a Cassis, sulla costa vicino a Tolone. Si pensa comunque che le colonie più ricche siano quelle che si sviluppano su secche in mare aperto, ancora sconosciute e dove non c'è mai stato prelievo. Per questo è molto importante elaborare un Piano di Azione per la conservazione a livello Mediterraneo, che tenga in considerazione anche le acque internazionali".

Per quanto riguarda invece la coltura del corallo, sempre in Francia l'Università  di Marsiglia e il CNRS hanno fatto crescere piccole colonie su substrati artificiali, dei veri e propri pannelli, posti in ambiente ombreggiato come le grotte.

"I coralli" - aggiunge il ricercatore Icram nel corso del meeting - "amano l'ombra. Ma anche se vengono selezionate le condizioni ottimali, ci vuole molto tempo, almeno 5 anni, perchè si formi dapprima un film costituito da piccoli animaletti e poi colonie di 3-4 cm. Le colonie vengono poi impiantate in luoghi naturali per il ripopolamento e sono attualmente in corso valutazioni sulla sopravvivenza e possibilità  di realizzare a un progetto a lungo termine di 20-30 anni. Non si tratta di risultati che saranno quindi riscontrabili dalla nostra generazione di ricercatori".

Il Protocollo aree protette e biodiversità  nel Mediterraneo è il principale strumento internazionale per la gestione sostenibile costiera e marina. I 21 Paesi che si affacciano sul mare nostrum hanno firmato un impegno per la conservazione delle specie e degli ecosistemi in pericolo, fra cui la "barriera corallina mediterranea", il cosiddetto coralligeno: formazioni rocciose calcaree su cui, solo in determinate condizioni, cresce il Corallium rubrum.

Per informazioni

Paola Richard Press Office INFO/RAC-MAP United Nations Environment Programme Via Cagliari 40, Roma - ITALIA

Tel.: +39.06.85.30.47.04 Tel.: +39.06.85.30.51.47

E-mail: [email protected]

UNEP / MAP - United Nations Environment Programme - Mediterranean Action Plan http://www.unepmap.org/


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