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Idrogeno dai rifiuti attraverso il sole e un reattore da un metro quadro

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Redazione LSWN 16 luglio 2026 · 12 min di lettura
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Idrogeno dai rifiuti attraverso il sole e un reattore da un metro quadro

Un pannello fotocatalitico da 1 m² produce idrogeno da biomasse sotto luce solare naturale. Ora conosciamo il costo reale: la sfida è appena iniziata.

Articolo pubblicato il 02/07/2026 e aggiornato il 16/07/2026

Trasformare gli scarti in energia usando soltanto la luce del sole è una delle sfide più affascinanti della chimica sostenibile. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Cambridge, guidato dal Prof. Erwin Reisner, ha appena compiuto un passo concreto in tale direzione: un reattore fotocatalitico da un metro quadro che, esposto alla luce solare naturale, produce idrogeno e composti chimici utili a partire da zuccheri e cellulosa. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Chemical Engineering e liberamente accessibile, ha una particolarità difficile da trovare nel suo campo, mette nero su bianco quanto costa realmente.

Abbiamo chiesto al prof. Reisner di espandere alcuni temi della sua ricerca, le sue risposte [leggi qui l'intervista integrale] aggiungono all'articolo ulteriori elementi che i dati da soli non dicono: dove il suo gruppo pensa che questa tecnologia possa realmente diventare economica e perché l'idrogeno potrebbe non essere la parte più interessante della storia.

(Da sinistra a destra) Erwin Reisner, Motiar Rahaman e Ariffin Bin Mohamad Annuar eseguono l'esperimento di photoreforming con il reattore da 1 m2 all'aperto accanto al Dipartimento di Chimica Yusuf Hamied, Università di Cambridge. Credits: Yongpeng Liu
(Da sinistra a destra) Erwin Reisner, Motiar Rahaman e Ariffin Bin Mohamad Annuar eseguono l'esperimento di photoreforming con il reattore da 1 m2 all'aperto accanto al Dipartimento di Chimica Yusuf Hamied, Università di Cambridge. Credits: Yongpeng Liu

Che cos'è il photoreforming

La tecnica si chiama photoreforming ed è un processo chimico ecologico che converte rifiuti organici e plastiche in idrogeno verde. L'idea è quella di aggirare l'ostacolo più grande nella produzione di idrogeno attraverso l'energia solare, cioè la scissione dell'acqua (anche conosciuta come elettrolisi dell'acqua), che richiede molta energia.

È esattamente il punto da cui è partito il gruppo di Cambridge. Come ci spiega Reisner:

«La reazione di ossidazione dell'acqua, che di solito serve come necessaria contro-reazione allo sviluppo di idrogeno, è termodinamicamente esigente e spesso limita la velocità complessiva di produzione dell'idrogeno».

Invece di strappare l'idrogeno all'acqua, che ha un costo energetico molto più elevato, viene utilizzata una sostanza organica come «donatrice di elettroni», per esempio il glucosio derivato dalle biomasse o i frammenti di plastica pretrattata. È come aprire una porta semplicemente accostata invece di sfondarne una blindata: il percorso chimico è energeticamente più favorevole e come sottoprodotti si ottengono il formiato (si tratta di un derivato dall'acido formico), l'acetato e il glicolato, molecole organiche di valore commerciale usate nell'industria chimica.

La sostituzione dell'ossidazione dell'acqua con l'ossidazione di composti organici, precisa il ricercatore, non è un'idea nuova. Nuovo è da dove arrivano quei composti organici:

«Questi approcci si sono in genere basati su sostanze chimiche pregiate e non sostenibili come substrati sacrificali (anche detti substrati a perdere). Usare invece materie prime derivate da rifiuti offre un'alternativa più sostenibile ed economicamente attraente, permette di produrre sostanze chimiche di valore e allo stesso tempo riduce i rifiuti ambientali».

Un «substrato sacrificale» è una molecola che viene consumata per far funzionare la reazione. Usarne una costosa significa spendere per produrre qualcosa di economico, il che vanifica l'esercizio. Usare un rifiuto ribalta il conto. Non è un'intuizione recente:

«Abbiamo iniziato a lavorare su questo concetto dieci anni fa, dimostrando che flussi di rifiuti solidi abbondanti possono funzionare come materie prime efficaci per il photoreforming».

Fotografia che mostra l'ampliamento sistematico delle lastre fotocatalitiche per il fotoriforming. (Da sinistra a destra) Lastra da 1 cm² per l'ottimizzazione in laboratorio, lastra da 20 cm² per studi di scalabilità, pannello da 0,25 m² per la dimostrazione di photoreforming su larga scala all'aperto. Credit: Ariffin Bin Mohamad Annuar
Fotografia che mostra l'ampliamento sistematico delle lastre fotocatalitiche per il fotoriforming. (Da sinistra a destra) Lastra da 1 cm² per l'ottimizzazione in laboratorio, lastra da 20 cm² per studi di scalabilità, pannello da 0,25 m² per la dimostrazione di photoreforming su larga scala all'aperto. Credit: Ariffin Bin Mohamad Annuar

L'innovazione vera, il processo di fabbricazione

Il cuore dello studio non è un record di efficienza, e gli autori sono i primi a scriverlo. È il metodo di fabbricazione. I fogli fotocatalitici combinano un assorbitore di luce, il titanato di stronzio drogato con alluminio, con un sottile strato di co-catalizzatore a base di cobalto e zirconio, depositato a partire da un precursore a sorgente singola (SSP, Single-Source Precursor), una molecola che contiene già tutti i metalli necessari nelle giuste proporzioni.

Si tratta di un vantaggio pratico: lo strato attivo si deposita per spray coating, una verniciatura a spruzzo con uno strumento simile a un aerografo, a temperatura ambiente, senza forni ad alta temperatura, senza leganti e senza l'utilizzo di metalli nobili come il platino o il rodio. È questa semplicità che ha permesso di passare dal centimetro quadrato degli esperimenti di laboratorio a quattro pannelli da 0,25 m² ciascuno, montati in un reattore che funziona all'aperto e ha un'area totale di un metro quadro.

 

Il salto di scala è il vero obiettivo dichiarato del lavoro. Reisner descrive così il vuoto che il suo gruppo voleva colmare:

«Molti sistemi fotocatalitici per lo sviluppo di idrogeno e il photoreforming dei rifiuti sono già stati sviluppati. Tuttavia sono stati dimostrati in gran parte solo su scala di laboratorio, tipicamente su aree di circa un centimetro quadrato, con poca considerazione di come potrebbero essere tradotti in applicazioni pratiche su larga scala».

«In questo lavoro abbiamo usato precursori a sorgente singola per sviluppare un sistema di photoreforming versatile e scalabile, adatto a un impiego all'aperto. E, cosa altrettanto importante, abbiamo dimostrato la traduzione sistematica della tecnologia da dispositivi di laboratorio a reattori su scala di metro quadrato».

 

I numeri, senza sconti

Gli esperimenti all'aperto si sono svolti a Cambridge tra fine agosto e inizio ottobre 2024, con un irraggiamento solare medio pari a circa metà di quello standard di laboratorio. In sei ore il sistema ha prodotto 5,24 millimoli di idrogeno per metro quadro partendo dal glucosio e 1,51 dalla cellulosa pretrattata, insieme ai composti organici di ossidazione.

In parole povere potremmo dire che sono stati prodotti circa dieci milligrammi di idrogeno per metro quadro in sei ore, nello scenario migliore. Questi dati indicano che per alimentare qualsiasi applicazione reale servirebbero superfici enormi. Il valore dello studio non è quindi insito nella quantità di idrogeno prodotta, ma nell'aver dimostrato da una parte che il processo funziona fuori da un laboratorio (dove notoriamente le condizioni di luce e di temperatura sono costanti) e dall'altra che le tecniche utilizzate per costruire il prototipo sono industrialmente scalabili.

E la plastica?

Qui serve una precisazione perché il rischio di cadere nel sensazionalismo è forte. Il gruppo di ricercatori ha effettivamente testato una vera bottiglia in PET (polietilene tereftalato, la plastica utilizzata nelle comuni bottiglie), ma solo su scala piccola da un centimetro quadrato, nell'ambiente controllato di laboratorio e dopo un pretrattamento alcalino che spezza il polimero in frammenti solubili. La resa è risultata circa tre volte inferiore rispetto a quella ottenuta con la cellulosa. L'esperimento condotto all'aperto con la superficie da un metro quadro ha visto l'impiego di glucosio e cellulosa, non plastica. Il “percorso” rifiuti plastici-idrogeno esiste, ma è ancora ad uno stadio iniziale.

Resta la domanda di fondo, cioè perché questo filone dovrebbe interessare a chi non fa ricerca. Abbiamo chiesto a Reisner di rispondere pensando a un lettore italiano preoccupato dalle bollette e dai rifiuti in plastica:

«La plastica può persistere nell'ambiente per decenni, accumularsi nei suoli e nei corsi d'acqua e produrre effetti dannosi sugli ecosistemi, sulla fauna selvatica e in ultima analisi sulla salute umana. Allo stesso tempo, sebbene ci si aspetti che l'idrogeno abbia un ruolo chiave nella transizione verso un sistema energetico sostenibile, la maggior parte dell'idrogeno è ancora prodotta da combustibili fossili, con emissioni di carbonio significative».

«Il photoreforming offre un'opportunità unica di affrontare entrambe le sfide contemporaneamente, riciclando i rifiuti plastici in prodotti di valore e producendo al tempo stesso idrogeno verde».

Il costo vero dell'idrogeno prodotto da rifiuti

La parte più preziosa dello studio è l'analisi tecno-economica (TEA, Techno-Economic Analysis) basata su dati misurati e non su ipotesi. Nel caso migliore, riutilizzando i pannelli con co-catalizzatore ridepositato, l'idrogeno prodotto costa 0,93 sterline (poco più di 1 euro) per millimole. Poiché una millimole di idrogeno pesa due milligrammi, il costo supera le 400 sterline (oltre 460 euro) al grammo, costi notevolmente superiori rispetto all'idrogeno verde prodotto attraverso l'elettrolisi, che oggi si misura in pochi euro al chilogrammo.

Reisner non gira intorno al dato:

«La nostra analisi preliminare indica che l'idrogeno prodotto dal nostro sistema di photoreforming è attualmente più costoso di quello generato da altre tecnologie di produzione a basse emissioni».

Il ricercatore invita però a leggere quel numero per quello che è, cioè la fotografia di un sistema da un metro quadro in un campo di ricerca ancora giovane. Lo sviluppo tecnologico, l'ottimizzazione e le economie di scala dovrebbero, secondo lui, ridurre in modo sostanziale il costo. Ma il passaggio più significativo è un altro, perché sposta il centro di gravità economico dell'intera tecnologia:

«La nostra analisi attuale non tiene conto del valore aggiuntivo creato dalla conversione dei rifiuti in sostanze chimiche di valore. Anzi, ci aspettiamo che la sostenibilità economica del photoreforming sarà in ultima analisi guidata più da questi prodotti chimici ad alto valore che dall'idrogeno stesso».

Detto in modo diretto: il conto economico presentato nello studio misura solo metà del prodotto. Se il modello di business del photoreforming sarà la vendita di formiato, acetato e glicolato, con l'idrogeno come co-prodotto, il confronto con l'elettrolisi diventa meno significativo di quanto sembri, perché le due tecnologie non stanno vendendo la stessa cosa.

Gli autori scrivono apertamente che le stime precedenti in letteratura erano molto più ottimistiche perché costruite su sistemi ipotetici con prestazioni mai raggiunte da nessun dispositivo reale. Conoscere il prezzo vero è il punto di partenza per tentare di abbassarlo, e l'analisi di sensibilità indica che l'intensità luminosa e il riuso del fotocatalizzatore sono le leve principali.

I problemi aperti

Il sistema ha limiti dichiarati. Il principale è la stabilità: circa il 60% del cobalto si disperde in soluzione dopo 22 ore di funzionamento e va ridepositato per ripristinare le prestazioni. Con la cellulosa, inoltre, alcuni frammenti intermedi della lavorazione aderiscono al catalizzatore e lo «avvelenano», riducendone in questo modo l'attività nei cicli successivi. Infine l'assorbitore di luce lavora solo nello spettro dell'ultravioletto, una frazione minoritaria dello spettro di luce solare, e realizzare catalizzatori attivi nel visibile è il prossimo obiettivo da raggiungere.

Chiesto quale sia l'ostacolo più critico tra dispersione del co-catalizzatore, efficienza e scale-up, Reisner ne indica uno solo, e con un dato che chiarisce la distanza dal traguardo meglio di qualsiasi percentuale:

«L'ostacolo più grande è la stabilità a lungo termine del sistema. Finora abbiamo dimostrato un funzionamento stabile su scale di tempo dell'ordine dei giorni. Ma un impiego pratico richiederà probabilmente vite operative misurate in anni».

Tra giorni e anni ci sono due o tre ordini di grandezza. Non è un dettaglio di rifinitura, è il problema. E i due piani, quello scientifico e quello economico, qui coincidono: la stessa analisi tecno-economica indica la durabilità come una delle variabili che pesano di più sul costo finale.

Perché seguire questo filone

Per chi gestisce processi produttivi con scarti organici, biomasse, plastiche, il photoreforming è una tecnologia da tenere d'occhio sul lungo termine, non una soluzione da valutare oggi. Ma la direzione intrapresa sembra essere abbastanza chiara: fabbricazione semplice, materiali abbondanti e un calcolo lineare dei costi.

Alla domanda su dove risieda la promessa maggiore, se nel massimizzare i co-prodotti chimici o nell'estendere la piattaforma a rifiuti reali e misti, Reisner risponde che le due strade non sono alternative:

«Stiamo perseguendo attivamente entrambe le direzioni di ricerca, perché nessuna delle due può essere trascurata se il photoreforming deve diventare una tecnologia praticabile. Massimizzare la produzione di sostanze chimiche di valore a partire da materie prime di scarto è essenziale, perché sono questi prodotti a contribuire per la maggior parte al valore economico del processo, mentre l'idrogeno è una merce di valore relativamente basso».

«Allo stesso tempo, estendere il photoreforming a flussi di rifiuti più complessi e misti è altrettanto importante, perché il rifiuto reale non è quasi mai composto da un solo materiale».

È la differenza tra un esperimento e un impianto. In laboratorio si sceglie il substrato, in un impianto arriva quello che arriva. Nella ricerca sull'energia solare, sapere esattamente la distanza dal traguardo vale quanto un passo in avanti.

Il ricercatore dietro la ricerca

C'è un ultimo aspetto che vale la pena raccontare, e riguarda il metodo di lavoro prima ancora della chimica. Quando gli abbiamo chiesto cosa lo appassioni di più in questo lavoro, Reisner ha indicato proprio il fatto che il photoreforming non si lascia chiudere in una sola disciplina:

«Il problema non è solo una sfida chimica, richiede un approccio davvero olistico che attraversa le scienze fisiche, l'ingegneria, l'economia e le scienze sociali. Questo lo rende una sfida particolarmente entusiasmante, spinge tutto il mio gruppo fuori dalla zona di comfort e ci incoraggia a pensare oltre i confini disciplinari».

Da qui deriva anche quello che descrive come uno dei punti di svolta della sua carriera, cioè il momento in cui il gruppo ha smesso di partire dalle proprie competenze per partire invece dal problema:

«In accademia veniamo formati su un insieme particolare di tecniche e poi cerchiamo di giustificare la nostra ricerca applicando le nostre competenze specialistiche alle sfide contemporanee. Credo che il processo debba essere invertito: se vogliamo davvero affrontare sfide sociali importanti, dobbiamo partire dal problema e poi mettere insieme le competenze necessarie per risolverlo».

Il che, letto insieme all'analisi tecno-economica pubblicata nello studio, non è una dichiarazione di principio. È la spiegazione del perché un gruppo di chimici abbia deciso di calcolare, e di pubblicare, un costo per grammo che non torna. Alla domanda su cosa lo abbia portato alla chimica e ai combustibili solari, la risposta è la più breve di tutta l'intervista:

«Il fascino di capire la fotosintesi e l'immensa sfida scientifica di replicare questo processo in laboratorio».


Fonte primaria: Bin Mohamad Annuar, A., Liu, Y., Bhattacharjee, S. et al. Photoreforming of solid waste on 1 m² scale using single-source precursor-derived co-catalyst films. Nature Chemical Engineering 3, 351-362 (2026). Pubblicazione in Open access.

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